Nell'antico Giappone,
un uomo era nato col dono della poesia.
Ma era un piccolo dono,
di cui lui solo gioiva e soffriva
e che nessuno prendeva in considerazione.
Persino i poeti grandi hanno la vita difficile;
figurarsi i piccoli.
Era già tanto se qualche maestra di scuola leggeva in classe,
di tanto in tanto, qualche sua poesia;
ma egli era quasi sicuro che lo facesse per cortesia.
Per campare,
divenne scrivano negli uffici delle gabelle;
aveva una bellissima calligrafia e,
a quei tempi,
erano pochi che sapessero pennellare gli ideogrammi come lui.
Ma non fece carriera,
in parte perché non aveva alcuna ambizione,
in parte perché, come impiegato, rendeva poco,
continuamente distratto com'era dai suoi sogni.
Giunto verso il termine della vita,
divenne cieco.
All'ufficio delle dogane non avevano più bisogno di lui;
in casa era un ingombro,
poiché inciampava in ogni dove;
neppure a coltivare l'orto era utile.
Il poeta cieco, profondamente avvilito,
stava seduto per tutta la giornata sotto una tettoia
a udire i passi della gente e il suo chiacchiericcio.
Un giorno di primavera,
mentre aspirava il profumo dei tigli
per schiarire almeno un poco il buio dell'anima,
vide come in sogno avanzare verso di lui un fiume di immagini di poesia,
quasi fosse una colata di diamanti.
Spalancò tutto il suo cuore e se ne lasciò invadere.
In quel preciso momento udì una voce che gli diceva:
"Vecchio, ho bisogno della tua poesia !"
Il tono era autorevole e profondo.
"Chi può mai avere bisogno di me?"
chiese il poeta,
"e proprio adesso che sono cieco e non posso più scrivere ?".
"Chi sia io non ha importanza;
ha importanza che io abbia bisogno di te,
non ti pare?
E in più, ti pagherò bene.
Eccoti un anticipo".
Il poeta tese la mano:
vi cadde un bellissimo fore di loto.
Chi mai poteva dargli una ricompensa così grande ?
Nessuno rispose alla sua domanda.
Il poeta, su cento foglie di bambù,
si mise febbrilmente a scrivere un grande poema d'amore a Buddha,
perché certamente da lui era disceso
quel fiume di diamanti che lo aveva invaso.
Non pensò alla sua cecità;
non pensò che la sua mano era malferma;
non pensò neppure che invece di dipingere ideogrammi
potesse dipingere scarabocchi.
Trasformò quel fiume di brillanti in un mare di poesia.
Terminato che ebbe,
morì,
come muoiono alcune persone per troppo amore.
Le cento foglie di bambù sono attualmente appese,
a formare una lunga ed aerea ghirlanda,
nel tempio di Yan-Zan.
Nessuno più ricorda
né quando né come né perché vi siano state appese.
Tranne il primo verso della prima foglia,
nessuno le sa decifrare.
Quando però spira il vento dell'est e le foglie vibrano insieme,
tutti odono il mormorio di un poema
che ognuno ha dentro di sé
e che può cantare;
basta che colga il senso del primo verso della prima foglia:
"Oggi ho bisogno di te, mi disse Qualcuno"

 

Piero Gribaudi